Giochi di Bravura

di Luca Maggio

“La gente ormai ha dimenticato che il cervello è l’organo erogeno più esteso… Parla per te amico…” (da Il Grande Lebowski, 1997, di Joel Coen)

Nell’allegoria del mese di Settembre a palazzo Schifanoia a Ferrara, Ercole de’ Roberti ha dipinto la fucina di Vulcano con un gruppo di ciclopi intenti al proprio lavoro, martellanti del metallo ancora caldo, mentre il loro dio e padrone è in trionfo al centro, su di un carro trainato da bertucce e, all’estrema destra dell’affresco, Venere, sua moglie, consuma il tradimento a letto con Marte, sotto lo sguardo compiaciuto di un gruppo di puttini: ecco, io la mente in opera di Marco Bravura (Ravenna, 1949), la immagino esattamente così.

Una fucina di idee sempre attiva, la successiva incredibilmente migliore della precedente e, al momento di realizzarle, tutte coerentemente dotate di bellezza: sì, lo so, definire belle le opere di un artista può apparire pleonastico se non di cattivo gusto per i purs esprits de la critique, ma in Bravura la bellezza non è un dato accessorio, di piacevolezza, piuttosto un recupero concettuale, in polemica già vinta, se ce ne fosse bisogno, col concettuale storico agente per sottrazione, divenuto oggi, effettivamente, accademismo avanguardistico e maniera di sé: dunque, chi ha paura della bellezza oggi?

I suoi lavori possono cambiare forma nel risultato finale, visibile, ma sono tutti intimamente collegati, belli per accumulazione di tessere, murrine, vetri o quant’altro materiale egli usi. Ma attenzione: sono lì ad ingannare i nostri occhi: mai fidarsi della prima vista, mai fidarsi del suo sorriso da stregatto, col rischio di rimanere on this side, not  through the Alice’s Looking-Glass.

Mi spiego: passato il primo livello percettivo, di trucco strepitoso (provatevi a restare indifferenti davanti, ad esempio, ad una sua fontana, ad un arazzo: non potete, sono forme circolari, elicoidali, volutamente sanno di continuum, vi avviluppano), oltre lo step iniziale, dicevo, il discorso musivo-scultoreo o pittorico di questo artista si affina e scava dentro i nostri poveri occhi.

Prendete la scultura “ROTO B”, meraviglia d’oro: è fieno, paglia arrotolata a grandezza naturale, no, è opera d’arte, vitrea, geniale nel riassunto della sua semplicità semicilindrica, tanto da potersi appoggiare sul piccolo prato-mare antistante il mausoleo di Galla Placidia, come se da sempre fosse lì o viceversa, galleggiare sul Canal Grande di Venezia, città dove Bravura ha studiato.

Ed è l’acqua, l’elemento della vita, del moto primordiale, un’altra costante del suo lavoro: certo, le fontane in quanto tali, ma le forme di queste sono il vero punto, come delle sculture musive o dei disegni per i mosaici da cavalletto, da parete viste le dimensioni: sono onde, come nei Mandala, dove ancora una volta, catturati dalla bellezza, non ci si accorge che ciò che sembra, non è.

L’artista è partito da mandala tibetani reali, ma il suo risultato è ridarne la sensazione, non la trasposizione esatta: infatti, a ben vedere, la miriade di particolari reiterati dell’originale, di omini a mille braccia, per noi decorazione, per loro preghiera, sono volutamente indistinguibili (eppure così non sembra di primo acchito!), camuffati nell’insieme musivo di Bravura, che ci fa perdere nel labirinto del nostro stupore, dell’adesione di superficie ad una spiritualità altra, che veramente non conosciamo, dataci però per bellezza seducente il nostro sguardo.

Anche perché la ripetizione di alcuni dettagli, ingrandita nel disegno d’insieme e nella forma stessa dell’opera finale, fa pensare a Fibonacci, ai frattali di Mandelbrot, ai fiori del cavolfiore, alle forme del nostro cervello, alle cellule della felce, allo scoglio sulla spiaggia che è specchio in piccolo della montagna retrostante: ne siamo prigionieri, felici d’esserlo, parte di un tutto organico, di bellezza feroce e indistinta, avrebbe detto il fisico Fritjof Capra.

Si vedano infine le tele con centinaia, forse migliaia di firme (in successione, a spirale, una sull’altra) di Bravura stesso o meglio ancora di persone differenti, su cui l’artista eventualmente interviene con del colore in finale di battuta: per paradosso, nell’attività iperfirmataria si arriva all’annullamento identitario dell’opera: chi l’ha compiuta realmente? Come i mosaici antichi, bizantini e non: chi ne è l’autore? Un progettista, un teologo, un committente, la cultura di un’intera epoca? Tutti, nessuno.

No, non è il relativismo l’approdo. C’è sempre una mente dietro, una serie di concause poetiche, storiche, biografiche: solo bisogna tenere presente che la bellezza, di cui nessuno può fare a meno, è dea volubile, ingannatrice, come bene aveva visto de’Roberti e il mito prima di tutti: vuole sempre dire di più, quando è realmente tale.

Dunque, sia rovesciata la questione: fidatevi di Bravura, non dei vostri occhi.

Ravenna, 24 ottobre 2009

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